Benzina troppo cara? Urgono le liberalizzazioni. Parola di petrolieri
Primo, occorre sfatare un luogo comune: l’andamento dei prezzi dei carburanti, in Italia, non è per nulla anomalo rispetto a quello del resto del mondo. Secondo, una proposta: i prezzi alti della benzina frenano l’economia e perciò urgono liberalizzazioni soprattutto a livello di distribuzione del carburante. Parola di petrolieri, e più precisamente di Pasquale De Vita, presidente dell’Unione petrolifera, ovvero l’associazione delle 31 principali aziende che in Italia si occupano della trasformazione e della distribuzione dell’oro nero.

E l’accusa che i consumatori rivolgono alle aziende del settore, le quali farebbero “cartello” per tenere su i prezzi alla pompa? “Non c’è nessun oligopolio, e non lo dico io che potrei essere ritenuto di parte, ma lo dice l’Antitrust – replica De Vita – Il nostro settore, pur controllatissimo, non ha mai ricevuto una condanna per la vendita dei carburanti. Anche oggi c’è un’indagine conoscitiva in corso, ma siamo come al solito fiduciosi”. Teorie del complotto e affini, spiega serafico De Vita, si spiegano con il fatto che “la materia appare semplicissima ma non lo è”: “Un tempo c’era la Spectre delle Sette sorelle del petrolio, ma oggi quella tesi non va più per la maggiore”. Anche perché, secondo il presidente dell’associazione di settore, tra paesi produttori e aziende si sono inseriti “trader, fondi di investimento, banche, che spostano senza difficoltà soldi dalla Borsa titoli a quella delle materie prime”. Vogliono guadagnarci, non c’è niente di male: “Il problema è che oggi nessuno può giustificare razionalmente il prezzo di 120 dollari per un barile di greggio. Non c’è una richiesta così forte da parte del mercato”. Né le rivolte nei paesi arabi, secondo De Vita, sono per ora così determinanti: “All’interruzione delle forniture dalla Libia, si è fatto subito fronte con un aumento della produzione in altri paesi”. Ergo: c’è la “speculazione” dietro i valori record del petrolio di queste settimane.
Così però ci allontaniamo dal distributore di benzina e da quel contatore – il prezzo alla pompa – che frena l’economia italiana: “Effettivamente per molti operatori nei settori dell’industria e dei servizi, che consumano più benzina del consumatore medio (800 litri all’anno), anche un rialzo minimo può avere effetti depressivi significativi – continua De Vita – il punto è che già oggi, in quasi 10 mila distributori italiani, i carburanti sono venduti agli stessi prezzi di quelli europei, se non consideriamo le tasse”. Si spieghi meglio: “Il problema è che questi 10 mila distributori, che sono quelli che offrono il servizio self service, pesano soltanto per il 40 per cento delle vendite nel nostro paese, a fronte del 90-92 per cento del resto d’Europa. I consumatori, se vogliono prezzi più bassi, dovrebbero battersi per allargare l’offerta self service e consentire contratti più flessibili per i gestori delle pompe. In una parola: liberalizzazioni”. Da più parti si solleva la questione delle accise sulla benzina, al punto che Enrico Letta, vicesegretario del Pd, ha chiesto che lo stato renda una quota delle tasse in questo periodo di aumenti dei prezzi: “Certo, accise meno gravose renderebbero più conveniente il pieno, e non a caso Regno Unito e Slovenia durante la crisi hanno introdotto sgravi fiscali – conclude De Vita – ed è pure vero che esiste una legge del 2007 che impone l’abbassamento delle aliquote nel caso di aumenti straordinari e prolungati del greggio. Ma va sottolineato che le nostre tasse sulla benzina non sono altissime rispetto alla media Ue e che ad aumentare oggi è soprattutto l’Iva, mentre le accise potrebbero anche calare di pari passo con le vendite”.